Risultati immagini per carni rosse

Un’analisi di dati, provenienti da molti studi diversi che hanno coinvolto migliaia di persone, appena pubblicata pone dubbi sulla forza delle correlazione tra il consumo di questi alimenti e l’insorgenza di tumori, diabete e malattie cardiovascolari

L’allarme del 2015

Sembrerebbe un contrordine rispetto all’allarme «esploso» nel 2015, quando l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) di Lione, massima autorità in materia di studio degli agenti cancerogeni che fa parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), aveva inserito le carni rosse e lavorate fra le sostanze che possono causare il cancro negli uomini. Un panel di esperti internazionale, in una serie di raccomandazioni pubblicate oggi sulla rivista scientifica Annals of Internal Medicine, conclude che «per restare in salute non c’è alcun bisogno di ridurre il consumo di carni rosse e processate», ovvero quelle salate, essiccate, fermentate, affumicate, trattate con conservanti per migliorarne il sapore o la conservazione. Affermazione che però va soppesata e compresa.

Pericolo di tumori di colon-retto, pancreas, prostata

Moltissimi dati sono arrivati negli ultimi anni a indicare che il sovrabbondante (quantità e frequenza) consumo di carni rosse è connesso allo sviluppo di tumori, soprattutto dell’apparato digerente. Era già apparso anche chiaro che molto dipende dal tipo di cottura: carni alla brace, affumicate, conservate possono comportare maggiori problemi durante la preparazione. «I dati del 2015 sulla base dei quali lo IARC inserì le carni rosse nell’elenco delle sostanze potenzialmente cancerogene deponevano per un aumento di rischio di sviluppare tumori di colon-retto, stomaco, pancreas e prostata, ma la qualità modesta di questi dati veniva comunque già sottolineata all’epoca dagli stessi esperti» ricorda Roberto Bordonaro, segretario nazionale dell’Associazione di Oncologia Medica Italiana (Aiom).

Esiti contrari a tutte le altre linee guida

Allora quello di oggi è un cambio di rotta? Un contrordine? Non proprio. I ricercatori dei Centri Cochrane canadesi, spagnoli e polacchi hanno fatto una revisione di una dozzina di studi differenti, riguardanti in totale circa 54mila persone, con l’intento di verificare quanta carne rossa e lavorata fosse effettivamente consumata in media dalla popolazione adulta in Nord America ed Europa (le stime riportano tre o quattro volte a settimana) e quali fossero le conseguenze a livello oncologico e cardiometabolico. Ne hanno concluso che la maggior parte delle persone può continuare con le attuali abitudini nel mangiare carne e insaccati, nelle stesse quantità, perché non comportano un aumento del rischio di malattie cardiache, diabete o cancro. Una conclusione che va però contro praticamente tutte le linee guida attuali.Tanto che, sullo stesso numero degli Annals of Internal Medicine viene pubblicato un editoriale di commento in cui gli autori dell’Indiana University School of Medicine si dichiarano consapevoli che queste loro nuove raccomandazioni sono controverse e destinate ad essere ampiamente dibattute.

Come interpretare la nuova indagine

Come leggere questa nuova indagine? È attendibile o meno? Per rispondere serve capire che fare ricerca scientifica sull’alimentazione è complicato perché spesso ci si basa sulle informazioni richieste, tramite questionari, a migliaia di partecipanti. «Sono indagini molto più complesse rispetto, ad esempio, alle sperimentazioni che si fanno per testare nuovi medicinali sui pazienti – spiega Giordano Beretta, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom)-. Non è tutto rigoroso come somministrare una cura in ospedale, con dati raccolti secondo metodi ben definiti e uguali per tutti. E pure dimostrare che un singolo alimento fa male o fa bene è complesso, perché le prove raccolte devono comunque essere valutate tenendo presente le altre abitudini di ogni persona: ad esempio fumo, sovrappeso, altre malattie, eventuali predisposizioni familiari o genetiche ad ammalarsi… insomma, è molto molto arduo che si riesca a comprovare che un singolo alimento provochi il cancro, ci sono troppe variabili eterogenee da analizzare. Premesso questo – conclude Beretta, – l’analisi pubblicata sugli Annals è ben fatta, ma (come precisano gli stessi autori) sono i vari studi su cui si sono basati che hanno una “bassa certezza dell’evidenza”, il termine scientifico utilizzato per definire le difficoltà appena elencate. Quindi la parola d’ordine è moderazione».

Parola d’ordine: «moderazione»

Fin dal 2015, gli stessi esperti dello IARC che avevano incluso carne rossa e insaccati fra le possibili sostanze in grado di provocare il cancro, si erano appellati a buon senso e moderazione: «La carne rossa contiene anche proteine e micronutrienti importanti (come la vitamina B, il ferro e lo zinco) – avevano scritto -. Inoltre il contenuto di grassi dipende dalla specie dell’animale, dall’età, dal sesso, da come è stato allevato e nutrito. E, infine, dal taglio della carne». «Senza dimenticare che molto varia poi in base alla cottura, perché essiccare, grigliare, friggere o affumicare qualsiasi cibo può portare alla formazione di agenti chimici a loro volta cancerogeni – ricorda Beretta, che è anche responsabile dell’Oncologia Medica di Humanitas Gavazzeni a Bergamo -. Insomma, noi oncologi avevamo detto che non bisognava lanciare eccessivi allarmi nel 2015 e ora non si deve essere troppo rassicuranti: per restare in salute e cercare di prevenire il cancro serve un’alimentazione equilibrata, varia, in cui moderate quantità non sono proibite».

L’importanza di una dieta equilibrata

Allora la carne rossa è «sicura» e se ne può mangiare quanta se ne vuole? «La notizia è che se si approccia in maniera scientificamente corretta lo studio del rapporto tra il consumo di carni rosse e il rischio di sviluppare il diabete, il cancro o le malattie del cuore, i risultati sembrano smentire l’esistenza di una correlazione — risponde Roberto Bordonaro, che è anche direttore dell’Unità Operativa di Oncologia Medica dell’Ospedale Garibaldi di Catania —. La vera risposta alla domanda ritengo sia che la carne rossa debba continuare a far parte di diete equilibrate, con consumi variabili con le esigenze personali e con l’età».

Comunque necessarie ulteriori verifiche

Che cosa cambia fra quanto uscito con clamore nel 2015 e questo nuovo studio? «La qualità dell’evidenza scientifica su cui si basano le conclusioni di questa nuova revisione pubblicata sugli Annals of Internal Medicine è significativamente maggiore rispetto a quella dei dati del 2015, per cui i risultati attuali sono più attendibili. Il metodo utilizzato sembra scientificamente valido e le conclusioni sembrano ragionevoli. Certo ogni giudizio definitivo non può che rimanere sospeso in attesa di ulteriori conferme». Una cosa è certa: almeno 3 casi di cancro su 10 sono dovuti a quello che mangiamo e al sovrappeso, grande fattore di rischio per molti tipi di neoplasie. Ed è altrettanto certo che la dieta mediterranea svolge una funzione protettiva, contro i tumori moltissime altre malattie.

Il parere dell’esperto: «Tutte le linee guida concordano, mangiare meno carne rossa»

«Quest’ultima indagine pubblicata su Annals of Internal Medicine valuta la pesantezza dell’evidenza finora raccolta, ma non aggiunge nulla di nuovo a quanto abbiamo detto finora, limitandosi a dire che, in assenza di conoscenza sul meccanismo, le evidenze sarebbero troppo deboli per dare raccomandazioni – commenta Andrea Ghiselli, presidente della Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione e dirigente di ricerca del CREA-Alimenti e nutrizione -. Non bisogna fare confusione ed è necessario che il messaggio che arriva al consumatore sia chiaro. Il consumatore deve sapere che, indipendentemente da questa nuova pubblicazione, è importante moderare il consumo di carne rossa soprattutto se processata, per la quale non è possibile stabilire con precisione un livello di consumo esente da rischio. Questo è il consiglio valido per mantenersi in salute perché l’evidenza scientifica dimostra che mangiare una quantità eccessiva di questi alimenti è collegato alla maggiore probabilità di ammalarsi non solo di certi tipi di cancro, ma anche di malattie cardiovascolari e diabete».